giovedì 24 novembre 2011

La mia guerra di indipendenza

La guerra di indipendenza (la mia) che sto combattendo contro mio figlio da qualche anno prosegue con alterne fortune. Scaramucce che qualche volta vinco io, più spesso vince lui. Perché devo ammettere che è più scaltro di me, molto molto più astuto. Mi chiedo se fingendo di studiare inglese o biologia non stia invece approfondendo i manuali di strategia bellica di Rommel, la famosa volpe del deserto. Oppure di Sun Tzu, l'altrettanto se non più famoso generale e filosofo cinese.

Un esempio? Siamo seduti tutti e due sul divano e mi chiede di andare in cucina a prendergli un bicchiere di succo.
"Perché, non hai le gambe?" rispondo, soddisfatta di aver soffocato in tempo l'impulso automatico di alzarmi e andare, come quando era un bebè.
Lui tace, mette su una faccia sofferente e continua in silenzio a chattare con gli amici.
Passa mezz'ora e mi alzo per andare in bagno.
"Già che passi per la cucina, quando torni mi porti un bicchiete di succo, per favore?". È così che mi incastra, con l'arma del bon ton e con l'attesa strategica del momento opportuno.

Altre volte, non ha nemmeno bisogno di studiare una strategia perché mi prende alla sprovvista e io ci casco come un vero pollo. Esempio.
"Mamma, dovresti andare alla scuola media a ritirare il certificato dell'esame per l'iscrizione alla maturità".
"Ah, va bene" faccio senza pensare che di solito le segreterie delle scuole almeno un giorno alla settimana tengono aperto anche al pomeriggio e quindi potrebbe andarci lui, visto che oltretutto abitiamo a due passi.
E così scappo dall'ufficio, mi catapulto a scuola (perché di solito lui si sveglia un minuto prima della scadenza di queste cose burocratiche) e con voce affannata chiedo il certificato.
"Ma signora, suo figlio è maggiorenne?"
"Bè, sì..."
"E allora deve venire lui!"
Esco con la coda fra le gambe, seguita dallo sguardo compassionevole della segretaria che sta pensando (glielo si può leggere in fronte): Ecco la solita mamma mollacciona che non vuol riconoscere che suo figlio è un uomo ecc. ecc......

Come tutte le guerre, è sempre difficile a posteriori ricostruire come si sono create le condizioni che hanno reso inevitabile lo scoppio.

A volte ci provo e dico a me stessa che quando mio figlio era un bebè era ovvio che gli portassi da bere quando me lo chiedeva e tutto il resto. Solo che mi sono persa il momento in cui era grande abbastanza per fare da solo e quindi non l'ho abituato. E poi: tra il lavoro e tra i weekend fuori casa, lui ha iniziato abbastanza presto a doversi arrangiare da solo e quindi quando sono a casa i sensi di colpa fanno sì che io tenda a "servirlo e riverirlo". E lui ci marcia!
Attualmente, teatro di questa fase della guerra di indipendenza è la cucina. Obiettivo: convincerlo che quando vado via nel weekend, dopo mangiato metta i piatti nella lavastoviglie e non li lasci nell'acquaio. La mia strategia per vincere la battaglia? Semplice: prima di partire gliel'ho lasciata aperta, in modo che quando entra in cucina ci sbatte le gambe e si ricorda! Vediamo quando torno se funziona...

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