venerdì 21 ottobre 2011

Un ritorno triste

La scuola elementare sperimentale Aristide Gabelli, con il giardino/orto dove ci facevano piantare le patate e dove crescevano i 'maggiociondoli', alberi un po' misteriosi che non ho mai ritrovato da nessun'altra parte e alla cui esistenza mia madre non credeva affatto.
Le due pasticcerie affiancate sotto i portici di piazza dei Martiri, Deon e Manin, che ci facevano tanto ridere per quei nomi che a noi bambini evocano un dito grande e una mano piccola.
I giardini della piazza e il grande abete che per Natale veniva addobbato.
La piccola libreria, dove correvo a comprare i libri di Sandokan appena riuscivo a mettere insieme 350 lire con le mance che mi davano mamma e papà.
Il Teatro Sociale dove ho visto la mia prima (e temo unica) opera, Madame Butterfly.

E soprattutto la casa dove ho abitato dai 6 ai 12 anni, con il grandissimo giardino, un luogo magico per noi bambini, con l'abete in fondo in fondo dove riuscivo ad arrampicarmi, con i cespugli di lillà che da allora è rimasto il mio fiore preferito, con le acacie profumate, l'angolo nascosto dove una volta ho trovato una chiave antica e arrugginita infilata in un ramo...

Domani tornerò a Belluno, dopo tantissimi anni, faccio fatica a contarli. Torno per un'occasione triste, per uno zio che mi era molto caro e che da giovedì non c'è più. Torno con il rimpianto di aver promesso tante volte al telefono "Ciao zii, ci vediamo presto, vengo a trovarvi" e di non esserci mai andata, convinta di avere tempo.
Invece il tempo "tradisce", passa molto più in fretta di quanto noi calcoliamo e ci lascia con una sensazione di vuoto e di impotenza. E tanta tristezza.

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